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la cultura del prendersi cura

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È un fatto poco noto e raramente discusso riguardo alla pratica medica che i medici apprezzano la capacità di amare i pazienti. Se il pensiero di medici che amano i pazienti sembra disgustoso, rassicuriamoci. Non sto parlando dell'amore romantico, ma del senso viscerale di buona volontà e impulso all’assistenza che attira i giovani alla professione e consente loro di sopportare gli anni di dura formazione richiesti per diventare un medico.

Conoscere un paziente come persona significa fare attenzione alla sua storia unica, così come alla sua [...]

[...] sensibilità, interessi e idiosincrasie. Questa profondità nel prendersi cura realizza una tenera alleanza terapeutica in cui i pazienti possono sentirsi al sicuro condividendo una vasta gamma di informazioni personali - comprese quelle che non potranno mai dire ad altri – ed essere fiduciosi di essere ascoltati e compresi.

Un’attività basata su una relazione di questa natura offre la possibilità di svilupparsi professionalmente in un momento in cui più della metà dei medici sta vivendo il burnout. È quello che spinge alcuni medici a diventare medici di portineria (modalità assistenziale a pagamento negli USA) e che ha motivato me ed altri verso la specialità in cure palliative.

Come insegnante, incoraggio gli studenti di medicina a portare totalmente se stessi nella loro attività - per imparare, chiacchierare e godersi i loro pazienti. Ma sottolineo che mentre l'autentica affinità tra medico e paziente è salutare, al fine di proteggere la vulnerabilità dei pazienti e preservare la speciale fiducia in questa relazione, ci sono alcune cose che i medici non devono fare. I tre doveri sono: niente sesso, niente guadagno personale e nessun omicidio.

Niente sesso è ovvio. I medici possiedono un'autorizzazione unica ad osservare, toccare e sondare le persone in modi intensamente intimi. La proibizione del sesso consente ai pazienti di non essere vulnerabili, protetti anche da manipolazioni sottili.

Niente guadagno personale significa che i generosi compensi ricevuti dai medici per i loro servizi sono sufficienti; devono astenersi dall'accettare regali personali o richiedere donazioni per il proprio centro clinico o progetto di ricerca. (I professionisti della raccolta fondi possono coinvolgere i pazienti riconoscenti senza compromettere la santità del rapporto medico-paziente).

Nessun omicidio significa proprio questo. Mentre alleviare la sofferenza e, quando la morte è vicina, permettere a qualcuno di morire dolcemente rientra nei nostri doveri; anche nelle giurisdizioni in cui il suicidio assistito dal medico è legale, ciò è al di fuori dell’ambito dell’attività medica.

Lo scorso autunno l'American College of Physicians (ACP) ha affermato questo principio affermando che "il suicidio assistito da un medico non è né una terapia né una soluzione a domande difficili sollevate alla fine della vita".

A maggio, dopo due anni di studi, analogamente il Council on Ethical and Judicial Affairs dell’American Medical Association raccomandava che l'organizzazione rimanesse contraria alla morte accelerata dal medico.

Solo poche settimane dopo, tuttavia, il Consiglio dei Delegati dell'AMA ha votato contro tale raccomandazione, rinviando al Consiglio il problema per ulteriori studi.

Soprattutto alla luce della persistente triste situazione delle cure di fine vita in America, spero che l'AMA alla fine faccia di più che affermare il principio del non uccidere o opti per la posizione di neutralità scelta da alcune associazioni mediche statali. Questo è un momento in cui i medici americani possono dimostrare da che parte stanno.

Le recenti dichiarazioni della casa della medicina suggeriscono un contesto per un'azione costruttiva. La posizione dell'American College of Physicians si esplicita così: "L'ACP rimane impegnato a migliorare l'assistenza ai pazienti durante e alla fine della vita". E il Consiglio dell'AMA ha dichiarato: "La professione ha anche la responsabilità di patrocinare risorse adeguate per le cure di fine vita". Concordo con l'altruismo, ma come dice il proverbio, parlare non costa niente.

I medici statunitensi devono mettere ordine in casa.

Inizierei a correggere carenze di vecchia data nella pratica e nella formazione clinica correlate all'assistenza dei malati gravi. Dobbiamo insegnare materie quali la comunicazione e la gestione dei sintomi con lo stesso rigore che applichiamo all'anatomia e alla fisiologia.

Un programma modello presso l'Oregon Health Sciences Center ora verifica la capacità degli studenti di medicina di dare brutte notizie con sensibilità e di discutere le emozioni delle persone.

Richiedere una formazione e verifiche di questo tipo può aiutare a garantire che, prima di laurearsi, i giovani dottori abbiano le attitudini e le competenze di base necessarie per prendersi cura delle persone che, letteralmente, affidano a loro le loro vite.

Come le persone muoiono fa sicuramente parte della sfera professionale medica.

Il dibattito sull’affrettare la morte non deve distrarci dall’agire coraggiosamente in modo positivo.

Organizzazioni di medici come l'American Medical Association e l'American College of Physicians potrebbero far valere un ruolo guida sociale appropriato sostenendo politiche pubbliche favorevoli ad un miglioramento misurabile dell'assistenza agli americani vicini alla morte. Potrebbero, ad esempio, redigere leggi e regolamenti per:

  • richiedere a Medicare e alle compagnie assicurative di consentire ai pazienti di ricevere assistenza hospice mentre vengono curati per un cancro in stadio avanzato o per un’insufficienza d'organo;
  • rendere pubblicamente disponibili i dati sulla qualità delle cure di fine vita da utilizzare nella scelta degli ospedali, delle case di riposo e dell’assistenza hospice;
  • sospendere le licenze delle strutture di lungodegenza che ripetutamente non riescono a soddisfare i bisogni di base dei propri residenti. Tutti abbiamo sentito pazienti dire che preferirebbero morire piuttosto che essere mandati in una casa di riposo;
  • richiedere agli ospedali di istituire efficienti équipe di cure palliative e rendere disponibile l’assistenza palliativa 24 ore su 24, 7 giorni su 7, compresi i fine settimana e le vacanze. La sofferenza non va mai in vacanza.

Se questo sembra troppo ambizioso per i membri eletti dei consigli di amministrazione delle associazioni mediche, chiederei loro di ripensarci. Per amore dei nostri pazienti e della nostra professione, è il minimo che i medici della nazione possano fare.

Ira Byock è un medico di cure palliative e responsabile medico dell'Institute for Human Caring dell’organizzazione Providence St. Joseph Health con sede a Torrance, in California. Tra suoi libri citiamo "Dying Well" e "The Best Care Possible".

 

vai all'articolo originale: Love and Boundaries in Medicine

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Redazione: Daniela Cattaneo, Emanuela Porta, Lea;  

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